Perdite ematiche vaginali in tempi diversi da quelli del ciclo mestruale (in casi rari anche in pubertà o in menopausa) vengono definite con il nome di metrorragia. La comparsa di tale fenomeno durante il ciclo mestruale viene chiamata menorragia, mentre la sua presenza nella successiva fase intermestruale viene denominata menometrorragia.

Le cause che determinano tale patologia, possono essere imputate a disturbi dell’utero, a disfunzioni ormonali o del sistema di coagulazione, al diabete o ad altre malattie cardiovascolari. In età adulta le cause più frequenti della metrorragia sono da ricercare in acute infiammazioni dell’endometrio e nei tumori all’utero.

La presenza di metrorragia non deve però necessariamente allarmare; può infatti trattarsi di semplici disfunzioni legate a transitorie alterazioni ormonali. Nel corso dei primi mesi di assunzione della pillola anticoncezionale, ad esempio, in alcune donne possono manifestarsi piccole perdite ematiche o i cosiddetti spotting. Quando si tratta di disfunzioni ormonali, il medico potrà prescrivere l’assunzione di ormoni, un contraccettivo estro-progestinico, la pillola o il cerotto.

Qualora le perdite fossero persistenti occorre rivolgersi al proprio medico di fiducia o al ginecologo.

Se questo fenomeno si manifesta in gravidanza, può costituire il sintomo di qualcosa di più serio, ad esempio, una minaccia di aborto spontaneo o, ad inizio gestazione, la presenza di una gravidanza extrauterina o ancora un tumore benigno della placenta.

A gravidanza inoltrata, invece, l’insorgenza della metrorragia può evidenziare i prodomi di un’anomala inserzione metrorragia
della placenta (placenta previa) o di un ematoma retroplacentare, ossia una raccolta di sangue sotto la placenta.

Comunque, in stato di gravidanza è bene consultare uno specialista se si avvisano anomale perdite ematiche.

Gli effetti della metrorragia sono la riduzione delle riserve ematiche con conseguenti mal di testa, stanchezza, scarsa concentrazione, irritabilità, insonnia e, in casi estremi, anemia. In questi casi è bene consultare il medico per integrare l’organismo di ferro anche attraverso un’alimentazione adeguata quando, nei casi più gravi, non siano necessario il ricorso a delle trasfusioni.

In ultima analisi, solo se le cure mediche non apportano risultati significativi, in presenza di gravi patologie, lo specialista può ricorrere anche alla chirurgia.